Un ragazzo che a settembre usciva di corsa per prendere l’autobus, a novembre trova una scusa per restare a casa. Mal di pancia il lunedì mattina. Lo zaino che pesa di più. Un telefono che prima stava sul tavolo e ora sta sempre a faccia in giù. Nessuno di questi dettagli, da solo, dice qualcosa. Messi in fila, a volte sì.

Questa pagina è per i genitori che si fanno la domanda e non sanno da dove cominciare. Noi non siamo psicologi e non facciamo diagnosi: quello che trovi qui sono indicazioni pratiche per capire se vale la pena fermarsi, ascoltare e, se serve, chiedere aiuto a chi ha gli strumenti.

Che cosa è bullismo e che cosa non lo è

Non ogni litigio tra ragazzi è bullismo. Due compagni che si scontrano per una partita finita male, e la settimana dopo giocano di nuovo insieme, vivono un conflitto. Il bullismo ha tre tratti che lo distinguono:

  • i comportamenti si ripetono nel tempo, non sono un episodio isolato;
  • c’è l’intenzione di fare del male o di umiliare;
  • chi subisce fatica a difendersi, perché il rapporto di forza è sbilanciato: per numero, per età, per popolarità.

Può essere fisico, ma più spesso è fatto di parole, di esclusioni, di soprannomi che non finiscono mai. Quando passa dai corridoi alle chat, si parla di cyberbullismo. La differenza pratica è che online non esiste l’orario di chiusura: quello che a scuola finiva alle due, in chat continua alle undici di sera.

I segnali che si notano a casa

I ragazzi raramente dicono “mi prendono in giro”. Più spesso cambiano. Ecco i campanelli che vale la pena notare, soprattutto se compaiono insieme e durano più di qualche settimana:

  • disturbi fisici ricorrenti senza una causa chiara, come mal di testa o mal di pancia prima di andare a scuola;
  • sonno agitato, appetito cambiato, umore più cupo o irritabile del solito;
  • rifiuto di andare a scuola o richieste insistenti di essere accompagnati;
  • oggetti rovinati, persi o “prestati” con frequenza, vestiti strappati;
  • il telefono nascosto, o al contrario controllato di continuo, con un’espressione tesa dopo ogni notifica;
  • amici che spariscono dai racconti, pomeriggi sempre in camera.

Attenzione al rovescio della medaglia. A volte il genitore scopre che il figlio non è chi subisce, ma chi partecipa o guarda. Anche quello è un campanello: i ragazzi coinvolti in un gruppo che prende di mira un compagno spesso non sanno come uscirne senza diventare loro il bersaglio.

Come parlarne senza chiudere la porta

Il primo errore, comprensibile, è partire con l’interrogatorio. “Chi è stato? Cosa ti hanno detto? Perché non mi hai detto niente?”. Un ragazzo che si vergogna si chiude ancora di più.

Funziona meglio un’apertura laterale, in un momento senza fretta: in macchina, mentre si cucina, durante una passeggiata. Qualcosa come “Ti vedo diverso da qualche settimana, mi piacerebbe capire se c’entra qualcosa che succede a scuola. Non devi dirmi tutto adesso”. Poi si ascolta. Senza correggere, senza minimizzare.

Alcune frasi che chiudono la conversazione, da evitare:

  • “Non ci fare caso, passerà”;
  • “Devi imparare a difenderti”;
  • “Tu cosa gli hai fatto?”.

Una frase che apre: “Mi dispiace che tu stia vivendo questa cosa. Non è colpa tua. Decidiamo insieme che cosa fare”. Poche parole. Fanno la differenza.

Che cosa fare con la scuola e con la legge

Prima di scrivere al gruppo dei genitori, o di affrontare a muso duro la famiglia dell’altro ragazzo, conviene passare dalla scuola. Annotate date, episodi, eventuali messaggi o schermate: servono a rendere il racconto preciso. Poi chiedete un colloquio con un insegnante di fiducia o con il dirigente.

La legge italiana sul cyberbullismo, la numero 71 del 2017, prevede che ogni scuola abbia un docente referente per queste situazioni. Prevede anche che il minore che ha compiuto quattordici anni, oppure un genitore, possa chiedere al gestore di un sito o di un social di rimuovere o oscurare un contenuto che lo colpisce; se il gestore non provvede nei tempi stabiliti, ci si può rivolgere al Garante per la protezione dei dati personali. Per i dettagli aggiornati è meglio consultare le fonti ufficiali, perché le norme cambiano.

Se ci sono minacce, violenze o un rischio concreto, non aspettate la scuola: rivolgetevi alle forze dell’ordine o al pediatra.

Dove trovare aiuto fuori dalla scuola

Esistono due numeri che vale la pena conoscere. Il 114 Emergenza Infanzia è un servizio pubblico e gratuito per situazioni di pericolo per un minore. Il 1.96.96 di Telefono Azzurro è una linea di ascolto per bambini, ragazzi e adulti che hanno bisogno di confrontarsi.

Per quanto ci riguarda, l’associazione porta nelle scuole un progetto contro il bullismo che passa dal lavoro con i cavalli e dalla vita del branco; abbiamo raccontato anche le attività con i cavalli per bambini e ragazzi con disabilità. Se il problema in casa è più generale, la guida su come gestire un conflitto prima di rispondere può essere un punto di partenza anche per parlare con un figlio.

Domande frequenti

Quanto devo aspettare prima di preoccuparmi?

Non c’è una soglia fissa. Se i segnali durano da due o tre settimane, aumentano o toccano più aree insieme, sonno, scuola e umore, è il momento di parlarne e di informare la scuola. Meglio una conversazione in più che una in meno.

Devo togliere il telefono a mio figlio?

Di solito peggiora le cose: per un ragazzo il telefono è il canale con gli amici e togliendolo rischia di sentirsi punito per qualcosa che ha subito. Meglio decidere insieme come salvare le prove, bloccare chi lo molesta e segnalare i contenuti.

Cosa fare se mio figlio è quello che fa il prepotente?

Parlargli senza sminuire e senza processarlo, chiedergli che cosa prova e che cosa pensa di aver causato, e coinvolgere la scuola per un percorso. Un comportamento prepotente è spesso il modo in cui un ragazzo cerca di non essere il prossimo bersaglio.

E a te, com’è andata la prima volta che hai notato qualcosa che non tornava nel comportamento di un ragazzo? Hai trovato qualcuno con cui parlarne?